Serie Filosofica V – Di gusti o di scelte

Dedicato ad Emanuele

In questo periodo sto studiando filosofia medioevale ed allo stesso tempo ascolto molta musica, per questo volevo raccontarvi di quello che mi ha affascinato in questi giorni come risultato di questo felice connubio.

il tema che mi ha maggiormente colpito è quello della creazione, dunque inizierò da qui. Parlando con molte persone imbevute di cultura scientista fin dal liceo viene fuori un immagine caratteristica della creazione, una caricatura, che funziona più o meno così: 

  • l’universo è un meccanismo perfetto ordinato da leggi razionali conoscibili dalla fisica e dominabili dalla tecnologia
  • ad un certo punto nel passato, circa 14 miliardi di anni fa, tutto questo ha avuto origine da una condizione ultradensissima non descrivibile con le leggi della fisica (singolarità)

dunque seguendo questa linea, se ci fosse un creatore, l’immagine che ne verrebbe fuori sarebbe quella di una sorta di ingegnere (Platone lo chiamava demiurgo), che in un certo momento nel passato avrebbe costruito questa macchina perfetta dell’universo, la quale poi ha iniziato a funzionare autonomamente. Questa che vi ho descritto è la teoria dell’orologiaio, utilizzata inizialmente da Cartesio e Boyle, e che ha tutt’ora molto successo tra coloro che sostengono la teoria dell’intelligent design. 

A me sembra che non ci voglia tanto a rendersi conto che da un Dio ingegnere, che costruita la sua macchina si fa i fatti suoi, dunque è ozioso, ad un Dio inutile, il passaggio è breve. Il passaggio successivo è logicamente quello di un Dio inesistente, perché è facile guardare a tutta questa storiella come una interessante teoria, utile soltanto nel passato a persone che non avevano LaScienza, e che dunque utilizzavano Dio per coprire la loro ignoranza, mentre a noi illuminati questa teoria non serve più. Questa è infatti la posizione dei maggiori esponenti del movimento americano dei New Atheist, e va molto di moda nei social.

Tutta questa parabola ha origine dalla modernità ed ignora completamente quella che è la vera immagine di Dio, fiorita nella filosofia medievale e professata dalla chiesa. Dio non si rapporta alla creazione come un ingegnere che poi finito il lavoro non ha niente a che fare con essa, egli piuttosto è come un musicista, che crea continuamente ed ininterrottamente la sua opera istante per istante.

L’universo, inteso come tutta la realtà di materia ed energia, esiste,  ha l’esistenza, ma non è esistenza, non la possiede intrinsecamente e necessariamente perché potrebbe benissimamente non esistere. Non possedendo l’esistenza esso deve dunque riceverla, e può riceverla soltanto da qualcuno che non ha bisogno di riceverla al di fuori di se stesso. Questo può essere solo quello che noi chiamiamo Dio.

Questa era un immagine molto cara a Tolkien, che infatti la pone all’inizio della sua mitopoiesi, nel Silmarillion, ed io la trovo brillante, e sorprendentemente coerente con la visione di Dio del teismo classico e del cristianesimo.

Se il musicista smettesse di suonare allora la musica cesserebbe immediatamente di esistere, essa è legata indissolubilmente alla mente del musicista. Egli la suona secondo uno spartito, un ordine e delle regole che ne manifestano la bellezza, l’ordine. 

Ed il male? Il caos? la guerra? la sofferenza?

Se questo nostro musicista volesse coinvolgere altre persone nella sua opera, e se volesse coinvolgerle liberamente queste non sarebbero costrette a seguire lo spartito del nostro musicista, e potrebbero decidere di dissociarsi, creando una dissonanza, e seguendo un proprio progetto, alternativo/opposto  a quello del nostro musicista. Ma il nostro musicista è comunque padrone e signore della sua opera, e può liberamente variare la sua espressione in risposta ai nostri guai, abbiamo così delle improvvisazioni (che sarebbero i miracoli). 

Visto che un altro nome per riferirsi a questo musicista è Logos, traducibile con ordine razionale e relazionale della realtà, coloro che lo seguono creano una musica che a me piace chiamare logos-centrica, la cui espressione più alta è proprio quella musica classica che ascoltavo in questi giorni. Il progetto alternativo prenderebbe dunque il nome di caos, e la musica corrispettiva di caos-centrica, e credo che tante espressioni di musica moderna/contemporanea (ad esempio si potrebbe pensare ad espressioni estreme nel metal) rispecchino proprio questa diversa scelta di ribellione all’ordine e alla bellezza.

Fatte queste considerazioni, credo appaia evidente che scegliere tra i due tipi di musiche non è solo questione di gusti, ma rispecchia la scelta ed il desiderio del cuore per l’ordine o contro di esso, se si preferisca essere salvati dalla bellezza, oppure volerne possedere una propria, secondo l’arbitrio del momento e delle “emozioni”. 

Per coloro che amano la Scienza, quella vera, essa rileva come i gusti siano plastici e possano cambiare, dunque vi inviterei a riflettere ed a rendervi conto della musica che avete nel cuore, potrebbe essere una buona occasione per convertirsi, e cambiare gusti, oppure per andare oltre di essi realizzando che se c’è una musica, c’è anche un musicista, e desidera il tuo piccolo contributo nella sua sinfonia, che senza di te potrebbe essere meno bella, o peggio, con una dissonanza in più. Questione di scelte.  

8 pensieri riguardo “Serie Filosofica V – Di gusti o di scelte

    1. ne so giusto qualcosina, mi piace la fisica ma non sono un “addetto ai lavori”, sostanzialmente so che i due erano in disaccordo sull’interpretazione del significato della funzione d’onda, se ho ben capito la questione in questa controversia ci sono in gioco non soltanto interpretazioni diverse di una teoria fisica ma due diverse concezioni filosofiche (metafisiche) della realtà. Mi interessa però capire bene come mai ti è venuta in mente questa controversia….

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  1. https://it.wikiquote.org/wiki/Dio_non_gioca_a_dadi

    Anche a me piace la fisica, quantunque a livello di divulgazione per profani, consapevole della limitatezza delle mie nozioni. A quanto ne ho capito, Albert Einstein e Nils Bohr discutevano sulla meccanica quantistica, circa un secolo fa. Nonostante Einstein avesse gettato le fondamenta della materia, era profondamente critico verso il principio base della meccanica quantistica, cioè l’indeterminazione (che poi è formulata nel principio di Heisenberg).
    Einstein era determinista, ovvero riteneva (come quasi tutti gli scienziati occidentali di quel tempo) che ad ogni istante “t”, lo stato dell’universo determini necessariamente lo stato successivo “t+1”. Ad esempio, se oggi la Terra è in una certa posizione nello spazio, necessariamente tra 24 h sarà in un’altra posizione che è determinata dalla legge di gravità e da tutti i corpi celesti coinvolti nell’equilibrio del sistema solare. Se adesso una cometa sta viaggiando verso questo sistema solare ad una certa massa e velocità eccetera, conoscendo tutte le variabili, potremo calcolare il momento esatto in cui arrivera. Eccetera. Insomma una causalità RIGOROSA.
    In teoria, se un’intelligenza avesse la piena conoscenza di “ogni cosa” che esiste nell’universo (materia ed energia, la posizione degli oggetti, la velocità dei moti…), e di tutte le leggi della fisica che sono coinvolte nella meccanica dell’universo, allora quest’intelligenza potrebbe conoscere al 100% tutto lo svolgimento del futuro, anche tra un miliardo di anni. Insomma, esiste UN SOLO futuro possibile, e le cose possono succedere solo come devono succedere, punto. Noi siamo “liberi” perché non sappiamo quale sia questo futuro, e perciò facciamo delle scelte che in realtà sono già, come, scritte nel libro dell’universo. Per Einstein quest’intelligenza onnisciente è appunto “Dio”, anche se non è chiaro in che modo Einstein credesse in Dio, se pensasse proprio a un’entità personale o invece usasse la parola “Dio” come simbolo dell’universo stesso (in alcune occasioni affermò di essere vicino al panteismo).
    Insomma, Dio ha messo in moto gli ingranaggi dell’orologio all’inizio dell’universo, e ora gli ingranaggi girano.

    Questa concezione deterministica tuttavia è messa profondamente in crisi dalle scoperte della meccanica quantistica. Non possiamo conoscere contemporaneamente la posizione e la velocità di un elettrone; non possiamo sapere dove esattamente si trovi l’elettrone che gira attorno all’atomo, possiamo solo dire che probabilmente si trova da qualche parte all’interno di un’orbita (il cosiddetto orbitale), ma non sappiamo precisamente in che punto. Se irradiamo un atomo, l’energia fa orbitare più velocemente ed ampiamente l’elettrone, ma non possiamo calcolare precisamente il momento in cui l’elettrone “salta” da un orbitale all’altro.
    Attenzione, non è che non possiamo calcolarlo perché non abbiamo abbastanza dati; non possiamo proprio perché è impossibile. La “casualità” fa parte della “causalità”, non esiste UN SOLO futuro necessario, bensì molti possibili. In questa prospettiva, Dio è sì l’autore del libro dell’universo, ma questo libro non ha una trama lineare come quella di un romanzo convenzionale, bensì una di quelle storie a bivi in cui il lettore deve compiere delle scelte, es. “se prendi la porta di sinistra vai a pagina 2, se prendi quella a destra vai a pagina 5”. Tutti i nodi e tutti i finali possibili sono già scritti dall’autore, ma il percorso della storia dipende dalle scelte del lettore, a cui l’autore lascia questa libertà.

    Einstein non accettava questa visione e scrisse:
    “Le idee di Bohr sulla radiazione mi interessano molto, ma non vorrei lasciarmi indurre ad abbandonare la causalità rigorosa senza aver prima lottato in modo assai diverso da come s’è fatto finora. L’idea che un elettrone esposto a una radiazione possa scegliere liberamente l’istante e la direzione in cui spiccare il salto è per me intollerabile. Se così fosse, preferirei fare il ciabattino, o magari il biscazziere, anziché il fisico.”
    E poi, discutendo con Bohr, sbottò ed esclamò “Dio non gioca a dadi!”, che è diventata proverbiale; a Bohr è attribuita la risposta “e invece sì, Dio gioca a dadi, e bara anche”.

    Da cattolico, senza pretese di poter entrare nel merito tecnico della meccanica quantistica, l’idea dei dadi di Dio (o del libro a bivi) mi piace molto perché spiega non solo l’esistenza del libero arbitrio delle creature consapevoli, ma anche più in generale “l’autonomia delle cause seconde”, anche i fenomeni naturali della materia inanimata. Nella visione cattolica delle cose, Dio non vuole DIRETTAMENTE tutto quello che succede nel mondo, altrimenti sarebbe anche responsabile del male fisico e morale; è un quadro più complesso dove sono mischiate cose che Dio proprio desidera che accadano, cose che Dio semplicemente lascia accadere, e cose che Dio non vorrebbe ci fossero ma di cui permette l’esistenza perché “fa parte del gioco”.

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    1. Riguardo questo se non sbaglio una delle possibili interpretazioni sarebbe che la realtà viene determinata al momento in cui essa viene osservata (il famoso paradosso del gatto di Schroedinger lascerebbe pensare proprio questo), mi sembra che questo crei delle contraddizioni nel caso in cui si considerano i soggetti umani come gli unici osservatori in campo (un po’ come nella formulazione forte del principio antropico). Se invece si considera Dio come “primo osservatore” (lasciami passare il termine) mi sembra che molte contraddizioni scompaiano, inoltre credo sia bello considerare la realtà come creata/determinata istante per istante perché osservata da uno sguardo di amore, includendo in questa operazione lo sguardo libero di altri osservatori che possono “subreare”. Scrivendo mi sto rendendo conto di aver arricchito la metafora passando dal senso dell’udito con la musica a quello della vista.

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      1. Infatti queste interpretazioni sono fondamentalmente una forma di “idealismo”, nel senso filosofico del termine, cioè la realtà è creata dal pensiero umano. E’ l’uomo a decidere se il gatto è vivo o morto.
        Questa visione è del tutto sbagliata (anzi è la radice di molti errori moderni, es. il gender), ma poggia in effetti su un fondo di verità, cioè che le cose siano come sono perchè sono pensate.
        Vero, ma il pensiero creatore non è quello dell’uomo, ma quello di Dio. Noi esistiamo perchè Dio ci pensa, dal suo punto di vista noi siamo “idee”, proprio come i personaggi di un libro. Perciò il gatto nella scatola è già vivo o morto, perchè Dio già lo pensa vivo o morto; siamo noi, che dobbiamo ancora aprire la scatola, a non sapere quale sia lo stato del gatto.
        Notare che Heisemberg, il fisico che ha formulato il famoso principio di indeterminazione, era molto cristiano (molti scienziati che hanno fatto la storia lo furono), e infatti diceva proprio questo: la cose a livello quantistico sono indeterminate per noi, ma non per Dio, che sa sempre la posizione e la velocità di ogni singola particella dell’universo.

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